simposio lettori copertina

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lunedì 29 gennaio 2018

RECENSIONE: FRANCESCO PLASTINA - IL MALE DEL MONDO


Sinossi:

Roy è un giovane psicologo laureatosi a pieni voti alla Berkeley, in California, con un passato doloroso alle spalle. L'improvvisa morte della madre lo

porta a far ritorno a Baltimora, sua città natale. In questa occasione, Roy incontra di nuovo Sammy, una cara amica d'infanzia che ha da poco perso la

sorella, Tamara, uccisa brutalmente dal marito. Lo psicologo, colpito dalla notizia dell'uxoricidio e intenzionato a ricucire il rapporto con Sammy, decide

di fermarsi a Baltimora più del dovuto, venendo a conoscenza di alcuni retroscena nella vita delle due ragazze tutt'altro che trascurabili. Consigliato

a distanza dal professor Dorey, e grazie a un insolito dono che ha sempre rifuggito, Roy si troverà a indagare sulle cause della scomparsa di Tamara, fino

a scoprire l'identità del vero colpevole.

 

Commento:

Beh, direi che la quarta di copertina sintetizza bene, almeno a grandi linee, la storia. Tuttavia questo non è solo un giallo e Roy non è solo un giovane psicologo: Roy era un ragazzo – ed oggi è un uomo – con un dono: visualizzare il dolore degli altri. A causa di questa sua somatizzazione della sofferenza altrui, Roy ha  sempre cercato di fuggire dal dolore lasciandosi dietro altro dolore. E’ quello che è accaduto con la sua più cara amica Sammy: Roy è partito per la California senza nemmeno dirglielo ed ora, a distanza di anni, tornato nella grigia e malinconica Baltimora, deve affrontare le conseguenze della sua “fuga” e risolvere la situazione. E’ così che, suo malgrado, si ritrova coinvolto in una vicenda spinosa nella quale la sua amica Sammy è, a quanto sembra, una vittima: sua sorella è stata assassinata dal marito e lei lotta per l’affidamento del nipotino. Ma è davvero tutto così chiaro? Con l’intento di aiutare l’amica, Roy si ritrova a fare i conti con una sofferenza radicata e diffusa, con il dolore derivante dalla perdita e dall’abbandono, che miete vittime inconsapevoli anche a distanza di tanto tempo.

Ed oltre a risolvere l’enigma, Roy apprende la lezione più importante: imparare dal dolore, non fuggire dai problemi, sfruttare il suo dono per capire meglio gli altri.

Una storia avvincente, dai risvolti imprevedibili: così come Roy ha il dono di sentire su di sé il dolore degli altri, Francesco Plastina ha la capacità di farci sentire le sensazioni del protagonista, la sua angoscia, la negatività dell’oceano blu spento di Baltimora contrapposta al senso di rinascita della California; l’incertezza dei suoi sentimenti, l’opacità della sua visione influenzata dai risvolti personali. Questa capacità descrittiva compensa ampiamente anche le piccole imprecisioni di una scrittura ancora un po’ acerba e mi porta a consigliare questo libro per la profonda empatia che suscita con il protagonista. Storia sorprendente, lettura consigliata.

 

Opera recensita: “Il male del mondo” di Francesco Plastina

Editore: Scatole parlanti, 2017

Genere: giallo

Ambientazione: Baltimora, Stati Uniti

Pagine: 156

Prezzo: 13,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

 

domenica 28 gennaio 2018

RECENSIONE: KENT HARUF - LE NOSTRE ANIME DI NOTTE


Sinossi:

La storia dolce e coraggiosa di un uomo e una donna che, in età avanzata, si innamorano e riescono a condividere vita, sogni e speranze. Nella cornice

familiare di Holt, Colorado, dove sono ambientati tutti i romanzi di Haruf, Addie Moore rende una visita inaspettata a un vicino di casa, Louis Waters.

Suo marito è morto anni prima, come la moglie di Louis, e i due si conoscono a vicenda da decenni. La sua proposta è scandalosa ma diretta: vuoi passare

le notti da me? I due vivono ormai soli, spesso senza parlare con nessuno. I figli sono lontani e gli amici molto distanti. Inizia così questa storia di

amore, coraggio e orgoglio.

 

Commento:

Sembrava impossibile, inconsueto, assurdo, e invece… Addie e Louis sono due anziani soli che si incontrano la notte per dividere un letto e parlare. Parlano di tutto, di amenità e di temi importanti, ricordano, rivivono momenti belli e brutti delle loro vite. Prima si conoscevano appena, ora – dal giorno in cui Addie ha proposto a Louis di dividere la solitudine della notte – non possono più fare a meno l’uno dell’altra.

E tra problemi familiari, acciacchi e maldicenze il loro accordo diventa un’amicizia e poi una storia d’amore. Un amore tenero, fatto di piccole cose, di mani strette e confessioni sussurrate; fatto di gite al torrente e tacito sostegno nel momento del bisogno. Ma l’egoismo di un figlio incapace di capire può spezzare una quotidianità conquistata a fatica… ciò che non può spezzare, però, è l’affetto: l’affetto tra un ragazzino e un anziano semisconosciuto che gli ha insegnato a giocare a softball e gli ha donato un amico; l’affetto di un uomo che commise un errore e che oggi non vuole e non può più sbagliare; l’affetto di una donna disposta a mettersi in gioco a settant’anni per vivere al meglio il tempo che le resta.

Un libro breve, delicato, dolce come il soffio della brezza delle notti d’estate; una storia intima, intrisa di coraggio e speranza che dona conforto e voglia di vivere. Consigliato a tutti.

 

Opera recensita: “Le nostre anime di notte” di Kent Haruf

Editore: NN, 2017

Genere: narrativa straniera

Ambientazione: Stati Uniti

Pagine: 171

Prezzo: 17,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5

 

sabato 27 gennaio 2018

RECENSIONE: AGOTA KRISTOF - TRILOGIA DELLA CITTA' DI K.


Sinossi:

Quando "Il grande quaderno" apparve in Francia a metà degli anni Ottanta, fu una sorpresa. La sconosciuta autrice ungherese rivela un temperamento raro

in Occidente: duro, capace di guardare alle tragedie con quieta disperazione. In un Paese occupato dalle armate straniere, due gemelli, Lucas e Klaus,

scelgono due destini diversi: Lucas resta in patria, Klaus fugge nel mondo cosiddetto libero. E quando si ritroveranno, dovranno affrontare un Paese di

macerie morali. Storia di formazione, la "Trilogia della città di K" ritrae un'epoca che sembra produrre soltanto la deformazione del mondo e degli uomini,

e ci costringe a interrogarci su responsabilità storiche ancora oscure.

 

Commento:

Di solito, quando termino la lettura di un libro, cerco degli aggettivi che possano riassumerne il contenuto e le mie impressioni. L’aggettivo che, sin dalle prime pagine, ho associato a questo libro è “strano”; quello che si è aggiunto a fine lettura è “delirante”: “Trilogia della città di K.” Racconta la storia di due gemelli, Lucas e Klaus, che devono fare i conti con la guerra e le sue conseguenze. Ma questo non è un libro normale, non segue i consueti canoni della narrazione… non si sa, in questa storia o pluralità di versioni di storia, cosa sia vero e cosa non lo sia. Qual è la verità? Klaus e Lucas si sono separati a nove anni consapevolmente? Hanno subito una separazione forzata a quattro anni? Qual è stato il destino dei loro genitori? Si sono mai ritrovati davvero? Cos’è realtà e cos’è manoscritto? Io, ancora, non saprei dirlo con certezza. Comunque, al di là della trama in sé, questo libro presenta molti spunti di riflessione: la guerra e i cambiamenti che porta nelle vite delle persone, l’istruzione, la sessualità, la moralità… Tutti temi che meriterebbero una lettura ed un’analisi approfondita. Per quanto mi riguarda, leggere questo libro è stata un’esperienza estraniante che, tuttavia, consiglio e certamente ripeterò: non basta una sola lettura per capire a pieno questo libro, la prima serve a farsi un’idea di base, la seconda per stravolgere le poche certezze e la terza, forse, per capirci davvero qualcosa!

 

Opera recensita: “Trilogia della città di K.” Di Agota Kristof

Editore: Einaudi, prima ed. 1986, prima ed. italiana 1998

Genere: narrativa straniera

Ambientazione: non definita

Pagine: 384

Prezzo: 12,50 €

Consigliato: sì

Voto personale: 7,5

 

venerdì 26 gennaio 2018

RECENSIONE: HEATER MORRIS - IL TATUATORE DI AUSCHWITZ


Sinossi:

Il cielo di un grigio sconosciuto incombe sulla fila di donne. Da quel momento non saranno più donne, saranno solo una sequenza inanimata di numeri tatuati

sul braccio. Ad Auschwitz, è Lale a essere incaricato di quell’orrendo compito: proprio lui, un ebreo come loro. Giorno dopo giorno Lale lavora a testa

bassa per non vedere un dolore così simile al suo finché una volta alza lo sguardo, per un solo istante: è allora che incrocia due occhi che in quel mondo

senza colori nascondono un intero arcobaleno. Il suo nome è Gita. Un nome che Lale non potrà più dimenticare. Perché Gita diventa la sua luce in quel buio

infinito: racconta poco di lei, come se non essendoci un futuro non avesse senso nemmeno un passato, ma sono le emozioni a parlare per loro. Sono i piccoli

momenti rubati a quella assurda quotidianità ad avvicinarli. Dove sono rinchiusi non c’è posto per l’amore. Dove si combatte per un pezzo di pane e per

salvare la propria vita, l’amore è un sogno ormai dimenticato. Ma non per Lale e Gita, che sono pronti a tutto per nascondere e proteggere quello che hanno.

E quando il destino tenta di separarli, le parole che hanno solo potuto sussurrare restano strozzate in gola. Parole che sognano un domani insieme che

a loro sembra precluso. Dovranno lottare per poterle pronunciare di nuovo. Dovranno conservare la speranza per urlarle finalmente in un abbraccio. Senza

più morte e dolore intorno. Solo due giovani e la loro voglia di stare insieme. Solo due giovani più forti della malvagità del mondo.

 

Commento:

Sul treno che lo allontana da casa sua, da Bratislava, dalla sua famiglia, Lale si aspetta di lavorare per i tedeschi: è questo che chiedeva il comunicato, un figlio maschio per ogni famiglia ebrea e lui, il secondogenito, si è offerto volontario per salvare i suoi. D’altronde Lale sa parlare tante lingue, è giovane, legge, ha una cultura: di sicuro gli daranno un lavoro decoroso. Ma già alla fine del viaggio in quel “carro bestiame” Lale capisce che non sarà così: è giunto ad Aushwitz-Birkenau, al confine tra Germania e Polonia, insieme a tanti, troppi prigionieri come lui e mentre lo obbligano a lasciare i suoi averi personali, fare la doccia, camminare in fila sotto la minaccia di una pallottola, mentre gli tatuano il numero identificativo, le sue illusioni si sgretolano. Sin da subito Lale si dà delle regole: parlare poco, osservare sempre e soprattutto sopravvivere, uscire vivo da lì per raccontare tutto al mondo.

Quando si ammala di tifo, l’altruismo dei compagni di blocco gli salva la vita e, grazie all’aiuto di un francese, comincia a lavorare come tatuatore. E’ mentre sta lavorando, in preda all’orrore per dover profanare i corpi di altri prigionieri come lui, che due occhi fra tanti lo stregano, gli si imprimono nella mente e nel cuore: sono gli occhi di Gita, slovacca come lui, che da quel momento diventerà per Lale l’unica ragione di sopravvivenza. Per via del suo lavoro, Lale gode di una posizione “privilegiata” nel campo, così sfrutta la sua arguzia ed il suo senso pratico per fare qualcosa per gli altri: aiuta qualcuno a trovare un lavoro migliore e meno rischioso, procura cibo e medicinali, dà consigli utili a tutti. Ma in cima ai suoi pensieri c’è sempre Gita e quando sono costretti a separarsi, i due giovani giurano di ritrovarsi per costruire il loro futuro senza più morte e dolore.

Un libro che, con lucidità e realismo, racconta una storia drammatica di sopraffazione, abusi, umiliazioni, ma anche di speranza ed amore. Ciò che più colpisce e che distingue questo da altri racconti è lo stile in cui è scritto: è quasi una cronaca, una voce fuori campo che descrive ciò che accade con precisione ed impersonalità, cosa che contrasta con la profonda intimità delle sofferenze narrate che risultano così più chiare ed acute. L’autrice, che ha conosciuto di persona Lale ormai anziano, racconta questa storia al presente, facendoci entrare nel campo con i prigionieri, permettendoci quasi di vederli camminare davanti a Lale porgendogli il braccio ed il talloncino di carta con il numero identificativo. Ci sembra, leggendo, di visualizzare le vicende come in un film muto eppure non meno cruento e doloroso. Fino alla fine del racconto non sappiamo cosa accadrà a Gita e Lale, se si ritroveranno, se riusciranno a scappare, se sopravviveranno e tutto questo rende la percezione degli accadimenti più forte ed intensa.

Consiglio la lettura di questo libro perché, come affermava Primo Levi, “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario” e su argomenti come questo, sebbene si sia letto tanto, non bisogna mai credere di saperne abbastanza. Ad esempio, esistono tanti racconti di sopravvissuti ai campi di sterminio, tutti conosciamo l’orribile pratica di imprimere un numero identificativo su un braccio dei prigionieri, ma ci eravamo mai chiesti chi svolgesse quel compito ingrato? O abbiamo mai riflettuto su chi schedasse i prigionieri in arrivo o in partenza dai campi e quali implicazioni questi lavori avessero avuto nella vita e nel futuro di quelle persone? Forse sì, forse no… di certo questo libro ce ne fornisce un assaggio. E allora leggiamole queste storie, non solo in occasione della Giornata della memoria, ma sempre… perché non possiamo permetterci di dimenticare.

 

 

Opera recensita: “Il tatuatore di Auschwitz” di Heather Morris

Editore: Garzanti, 2018

Genere: narrativa straniera – biografia

Ambientazione: Germania-Polonia-Austria-Slovacchia, 1942-1945

Pagine: 208

Prezzo: 17,90 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5

 

giovedì 25 gennaio 2018

RECENSIONE: JEFFERY DEAVER - L'UOMO SCOMPARSO (LINCOLN RHYME 05)


Sinossi:

In una scuola di musica di New York una giovane studentessa viene assassinata. L’omicida si è barricato in una classe, chiudendosi a chiave dall’interno.

La polizia circonda l’edificio, ma quando irrompe nell’aula dopo averne sfondato la porta non trova traccia del fantomatico killer. Una sfida difficile

e insidiosa per il criminologo Lincoln Rhyme, coadiuvato come sempre dalla fida assistente Amelia Sachs: trovare il “Negromante”, il criminale illusionista

che li provoca con delitti sempre più efferati e sparizioni sempre più diaboliche. Per scoprire la sua vera identità si inoltreranno nel mondo ambiguo

e inquietante dei maghi e degli artisti della fuga, in una corsa contro il tempo per scongiurare altre morti ed evitare che quello spietato killer trasformista

scompaia, questa volta per sempre…

 

Commento:

Una delle capacità innate e più sorprendenti di Jeffery Deaver è, a mio parere, quella di riuscire a far sembrare credibile anche la storia più assurda. E far trovare credibile ad una mente improntata alla razionalità come la mia una storia di maghi e trucchi da circo… vi assicuro che non è impresa facile. Eppure…

Per descrivere questo quinto volume della saga di Lincoln Rhyme e Amelia Sachs mi vengono in mente vari paragoni: potrei assimilarlo alle scatole cinesi, un primo delitto che ne nasconde e ne genera tanti altri; oppure potrei usare un esempio fatto dallo stesso Deaver in queste pagine, ossia il metodo Suzuki con cui si insegna ai pianisti in erba ad affrontare gli esercizi completando vari livelli di difficoltà; oppure potrei paragonarlo ad un difficilissimo videogioco dove per progredire bisogna affrontare varie “missioni” a livelli crescenti di complessità. Ma, fondamentalmente, questo thriller si basa su un unico concetto: una gigantesca, abbagliante illusione. Il suo protagonista, il killer, il negromante, è un portentoso illusionista che utilizza i più pericolosi trucchi di magia per uccidere le sue vittime e, per farlo, non esita a commettere altri crimini collaterali al suo piano, delle “diversioni” al solo scopo di confondere chi indaga e allontanarlo dall’obiettivo principale: una vendetta programmata e pianificata per anni, un crimine quasi perfetto. Ma Rhyme, a suo modo, è un illusionista altrettanto bravo, altrettanto in grado di entrare nella mente del killer e di non lasciarsi ingannare dai suoi trucchi. E così la caccia si snoda in un susseguirsi di colpi di scena che sembrano davvero non finire mai: nulla, davvero nulla, in questa storia è come appare.

E siamo di fronte, ancora una volta, alla manifestazione della bravura di un grande scrittore: non posso farci nulla, la mia stima per Deaver aumenta ad ogni nuova lettura della sua vastissima produzione. Sì, volendo superare le considerazioni personali, devo ammettere che molte cose sono, per così dire, “tirate per i capelli” e poco realistiche, ma nel complesso tutto torna, tutto è funzionale allo spettacolo, nessuna nota stonata, “il pubblico ha perso e l’illusionista ha vinto!”… anche stavolta.

Lo stile è il “solito”: colpi di scena, velocità, momenti di angoscia e riflessione alternati a momenti di azione convulsa. E sullo sfondo le vicende personali di Lincoln e Amelia che progrediscono con il loro affiatamento. Nulla, davvero nessun dettaglio, è lasciato al caso nei libri di questo genio del thriller, di quello che ormai è diventato uno dei miei autori preferiti in assoluto. Se ancora non si fosse capito, lettura assolutamente consigliata, non staccata però dai precedenti volumi della saga.

 

 

Opera recensita: “L’uomo scomparso” di Jeffery Deaver

Editore: Sonzogno, 2003 – Bur, 2007

Genere: thriller

Ambientazione: New-York

Pagine: 464

Prezzo: 9,90 €

Consigliato: sì

Voto personale: 9

 

martedì 23 gennaio 2018

RECENSIONE: LEILA SLIMANI - NINNA NANNA


Sinossi:

«Myriam accetta di farsi viziare. Ogni giorno le lascia qualche incombenza in più, e la donna le dimostra tutta la sua riconoscenza. Assomiglia a quelle

figure che a teatro cambiano le scenografie al buio. Sollevano un divano, con una mano spingono una colonna di cartone, con l’altra un pannello del fondale.»

Quando arriva il secondo figlio, Myriam decide di riprendere a lavorare. È una scelta sofferta, ragionata, discussa a lungo con Paul, il marito, eppure

imprescindibile, e appena si presenta l’occasione la neomamma la afferra con tenacia e torna alla sua professione di avvocato. Adesso però serve una tata

per Mila e Adam. Sarà una selezione severa, nessuno affida di buon grado i propri figli a una sconosciuta. Poi un giorno nell’appartamento dei Massé entra

Louise: luminosa, solare, dolce, e i bambini, soprattutto Mila, sembrano sceglierla prima dei genitori. È l’incastro perfetto dell’ultima tessera di un

puzzle. La donna guadagna l’affetto incondizionato dei piccoli e la gratitudine di Myriam e Paul, trasforma la casa in un incanto, li vizia anticipando

ogni loro necessità. Finché questo rapporto di dipendenza, come tutte le dipendenze, non si incrina, mostrandosi eccessivo, non si rivela sbagliato e infine

deraglia rovinosamente. Attraverso la descrizione chirurgica, certosina, della giovane coppia e della figura intrigante e misteriosa della tata, Ninna

nanna, acclamato Premio Goncourt 2016, affonda lo sguardo nelle nostre concezioni dell’amore, dell’educazione, dei rapporti di forza che si celano dietro

il denaro, parlandoci di pregiudizi culturali e di classe e del tempo in cui viviamo. E con uno stile esemplare, segnato da spasmi di tenebrosa poesia,

ci mette di fronte ad alcune delle più recondite paure di ogni genitore, di ogni donna e di ogni uomo.

 

Commento:

E’ singolare: ho letto “Ninna nanna” in poche ore, per combattere l’insonnia e, ironia della sorte, non avrei potuto scegliere libro più adatto. Per definirlo mi viene in mente una sola parola: agghiacciante. Questo libro tiene avvinti come una nenia soporifera che calma e copre i rumori molesti. E la protagonista, Louise, con il suo aspetto da bambolina invecchiata, troppo fragile e perfetta, fa proprio questo: entra nelle case, accudisce i bambini, vizia i genitori, come un balsamo che allevia le tensioni e riporta la calma e l’ordine. Nonostante il suo impegno e la sua dedizione, però, nessuno riesce a considerarla più che una domestica, una persona di servizio; nessuno si accorge dell’abisso di solitudine, umiliazione, sottomissione che Louise si porta dietro, nessuno vede il baratro in cui sta precipitando finché, dopo tanti anni passati ad occuparsi degli altri, dopo l’ennesimo atto di irriconoscenza, il vaso trabocca.

Questo non è un giallo, quello che è accaduto lo scopriamo subito, nella prima frase del libro: due bambini, Mila e Adam Massé,  sono stati uccisi, li ha uccisi Louise; ha cercato di uccidere anche se stessa, ma non ci è riuscita. Resta “solo” da capire perché l’ha fatto. No, questo non è un giallo, ma quasi lo diventa mentre scandagliamo il passato di Louise, con i fallimenti e le continue delusioni, ed analizziamo la vita familiare dei Massé, lei avvocato super impegnata a farsi una posizione, lui musicista con orari di lavoro impossibili. Presi dalle loro vite i coniugi e i loro figli sono diventati dipendenti da Louise, ma per la tata il rapporto ha assunto una connotazione diversa: si è, a suo modo, affezionata a quella famiglia e lo ha fatto in modo morboso. Così, quando ha capito che presto non avrebbero più avuto bisogno di lei, la sua follia ha toccato il culmine.

Non è un libro cruento, ma non fa sconti e tiene incollati suscitando un gusto perverso: siamo inorriditi, ma bramiamo dettagli, vogliamo sapere di più, scavare più a fondo.
Troppo crudo per essere un romanzo, troppo poco asettico per essere una cronaca, questo libro ci ammonisce sui comportamenti che tutti, indistintamente, siamo portati a tenere ogni giorno: siamo troppo presi da noi stessi per accorgerci dei bisogni degli altri finché questi non arrivano a toccarci direttamente. E questo è ancora più vero se gli altri sono persone che, per qualche motivo, riteniamo inferiori a noi.

Un pugno dello stomaco necessario, consigliato a chi ha una mente disposta ad analizzare il comportamento altrui nel modo più razionale possibile, senza lasciarsi sopraffare dall’indignazione o dall’orrore.

 

 

Opera recensita: “Ninna nanna” di Leila Slimani

Editore: Rizzoli, 2017

Genere: narrativa straniera

Ambientazione: Parigi

Pagine: 204

Prezzo: 18,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 9.

 

lunedì 22 gennaio 2018

RECENSIONE: ABBY FABIASCHI - IL NOSTRO TEMPO NEL MONDO


Sinossi:

Ho trovato la moglie ideale per mio marito.

Non sarà una moglie tradizionale

come lo sono stata io, ma questo è un bene.

È la mia occasione per sistemare le cose.

La mia famiglia merita di più

di quello che mi sono lasciata alle spalle.

Maddy aveva una vita serena. Era una moglie amorevole e una madre meravigliosa, il pilastro della famiglia. O almeno così credevano Brady, il marito, ed

Eve, la figlia, prima che Maddy si gettasse dal tetto della biblioteca. Adesso, nessuno dei due sa cosa pensare. E poi Brady non ha idea di come mandare

avanti una casa, né tantomeno come comunicare con la figlia adolescente. Anche per Eve non è facile avvicinarsi al padre e nemmeno convivere col senso

di colpa per tutte le volte in cui, per egoismo o superficialità, non ha dimostrato alla madre l'affetto che meritava. Eppure Brady ed Eve non sono soli:

Maddy è ancora lì, accanto a loro, e non ha perso un briciolo della sua vitalità e caparbietà. E anche del suo senso pratico: quello non è certo il momento

di piangersi addosso e naufragare nei rimpianti. Meglio agire e indirizzare in qualche modo i suoi familiari. E così si sforza d’introdurre nella loro

vita Rory, una dolce e sorridente maestra elementare, che Maddy spera possa diventare una buona amica per Eve e una nuova moglie per Brady. In effetti,

grazie all'influenza benefica di Rory, a poco a poco Brady ed Eve imparano a farsi forza a vicenda e, insieme, troveranno il coraggio di cercare le risposte

alle domande che li tormentano. Scoprendo che, a volte, la verità è molto più sorprendente di quanto non ci si aspetti…

 

Commento:

Maddy è una donna dal profondo senso pratico, intelligente, diretta, una moglie attenta e una madre presente, una che va sempre dritto al sodo e non ha paura di dire ciò che pensa con convinzione. Maddy è una che non lesina consigli saggi, affetto ed aiuto a chi ne ha bisogno. E’ proprio per questa sua mania di aiutare tutti che suo marito Brady e sua figlia Eve non si spiegano perché si sia suicidata gettandosi dal tetto di una biblioteca lasciandoli soli quando avevano più bisogno di lei. Sì, Maddy è morta inspiegabilmente, lasciando un vuoto che prima nessuno avrebbe mai pensato di avvertire: nessuno si era mai davvero reso conto di quanto importante fosse la sua presenza, non solo nel risolvere i problemi esistenziali dell’adolescenza di Eve o nel curare i suoi rapporti con il padre, ma anche e soprattutto nelle piccole cose di ogni giorno, nei dettagli come preparare una valigia o cucinare un hamburger.

Ma, direte voi, se Maddy è morta, perché continui a parlarne al presente? Perché lei è ancora presente, accanto alla sua famiglia, ad osservare come un fantasma buono le loro vite, a dirigerne i passi incerti, a cercare di correggerne il tiro lasciando, come sempre, tutto in ordine. E’ grazie a lei che Eve e Brady incontrano Rory, che secondo Maddy sarebbe la candidata perfetta a sostituirla, è grazie a lei che Brady riesce in qualche modo a trovare la chiave giusta per intavolare un rapporto decente con la figlia; è sempre grazie a lei che, quando scoprirà una verità inaspettata, Eve riuscirà a perdonare chi le ha causato tanto dolore.

 Questo è un libro che parla di vita e di morte, di elaborazione del lutto, di adolescenza, di rapporti familiari non facili. La trama forse non brillerà per originalità, ma la storia offre molti insegnamenti profondi travestiti da consigli lasciati cadere lì per caso. Questo libro non vuole dare lezioni di comportamento, eppure ci dà una testimonianza importante sulla maniera giusta di affrontare le difficoltà. La narrazione è affidata ai tre protagonisti di questa storia: Maddy, ormai spirito che ha un tempo limitato per sistemare ciò che ha lasciato in sospeso nelle vite dei suoi cari; Brady, il marito e padre super impegnato nel lavoro che non si accorge di nulla finché le cose non gli vengono sbattute in faccia; Eve, la figlia diciassettenne che da un giorno all’altro deve prendere coscienza che la vita non è il cellulare, la festa, il ballo, il ragazzo. Probabilmente è lei il personaggio che, per la profonda evoluzione subita, risulta più interessante di tutto il libro.

Non è un “mattone”, ma nemmeno un libro leggero: a volte fa sorridere, ma mette anche un bel po’ di tristezza perché invita a riflettere. Unica pecca, forse l’ho trovato un po’ troppo lungo ed avrei “accorciato” alcune parti, ma nel complesso una buona lettura.

 

 

Opera recensita: “Il nostro tempo nel mondo” di Abby Fabiaschi

Editore: Nord, 2018

Genere: narrativa straniera

Ambientazione: Stati Uniti

Pagine: 366

Prezzo: 16,90 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.