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mercoledì 7 giugno 2017

RECENSIONE: SYLVIA PLATH - LA CAMPANA DI VETRO


Sinossi:

Brillante studentessa di provincia vincitrice del soggiorno offerto da una rivista di moda, a New York Esther si sente «come un cavallo da corsa in un

mondo senza piste». Intorno a lei, l'America spietata, borghese e maccartista degli anni Cinquanta: una vera e propria campana di vetro che nel proteggerla

le toglie a poco a poco l'aria. L'alternativa sarà abbandonarsi al fascino soave della morte o lasciarsi invadere la mente dalle onde azzurre dell'elettroshock.

Fortemente autobiografico, La campana di vetro narra con agghiacciante semplicità le insipienze, le crudeltà incoscienti, gli assurdi tabù che spezzano

un'adolescenza presa nell'ingranaggio stritolante della normalità che ignora la poesia. Include sei poesie da "Ariel".

 

Commento:

Questo libro mi incuriosiva da tempo, ne avevo sentito parlare bene, ma non sapevo cosa aspettarmi. Beh, si tratta di un libro assolutamente sui generis, bellissimo e straziante, soprattutto se si pensa che le vicende narrate sono autobiografiche e che l’autrice, Sylvia Plath, è morta suicida un mese dopo la pubblicazione.

La protagonista, Esther, racconta in prima persona la sua storia di studentessa brillante, ma non a proprio agio con se stessa né con la società che la circonda. Il libro si apre con la descrizione dell’ambientazione spazio-temporale: siamo a New York durante l’estate in cui i Rosenberg vennero condannati alla sedia elettrica. Si tratta di un fatto di cronaca avvenuto nel 1953. Esther si trova spaesata in una città sfavillante e piena di sollecitazioni, nella quale trascorrerà un mese poiché ha vinto un concorso per aspiranti giornaliste. Sin dalle prime righe si viene travolti, quasi sopraffatti da una valanga di stimoli sensoriali, di descrizioni, di impressioni della protagonista che proseguiranno per un terzo del romanzo. Dopo l’esperienza a New York Esther torna a Boston, la sua città natale e, nel suo ambiente d’origine. Ed è qui che avviene il primo, brusco e sostanziale cambiamento narrativo: Esther è sempre molto autoironica (lo sarà fino alla fine del romanzo), ma diventa insofferente, emergono delle forti incongruenze nel racconto, emerge con forza tutto il suo disagio che sfocia in un gesto estremo che la porterà al ricovero in una clinica psichiatrica.

Come avrete intuito, "La campana di vetro" è un libro particolarissimo, che racchiude in sé approcci narrativi assai diversi, tutti volti a raccontarci le contraddizioni della società americana e le diverse sfaccettature caratteriali e sociali di Ester. La troviamo disillusa e smaliziata nei fasti di New York, instabile ed insicura quando torna a casa a Boston, sorprendentemente lucida, ma anche spietata e fragile in clinica... una costante, però, è la sua autoironia che folgora già dalla prima pagina. Il libro tratta temi importanti come il rifiuto delle convenzioni sociali, l'alienazione, la follia. Per quanto mi riguarda, ho molto apprezzato la scrittura della Plath, sempre ricca di suggestioni, similitudini, metafore spesso usate dalla protagonista per descrivere il proprio stato d’animo. Esther, e l’autrice con lei, è una contraddizione vivente: è lucida tanto da capire ciò che le sta intorno, ma non riesce a trovare le parole per descrivere ciò che ha dentro, ad analizzarlo ed accettarlo, tanto che è costretta a servirsi di immagini esterne.

Questo è un libro che fornisce mille spunti di riflessione ed approfondimento sui temi più vari e che, a dispetto della gravità del tema affrontato, coinvolge e si fa leggere. Lettura assolutamente consigliata, anche se tutt'altro che facile.

 

Opera recensita: “La campana di vetro” di Sylvia Plath

Editore: Mondadori, prima ed. 1963

Genere: narrativa americana

Ambientazione: Stati Uniti

Pagine: 228

Prezzo: 12,00 €

Consigliato: sì.

 

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